Il contesto storico ed ecclesiale in cui le prime focolarine hanno scoperto la “Parola di Vita”.

Durante un fine settimana trascorso insieme agli autori dei commenti alla “Parola di vita”, Philippe Van den Heede (esegeta del Nuovo Testamento, focolarino) ha fornito una panoramica del contesto storico ed ecclesiale in cui si è sviluppato il rapporto, allora così straordinario, di Chiara Lubich con la Parola di Dio. Il testo qui riportato si basa sulla versione orale.

Il contesto

Per esplorare il contesto storico ed ecclesiale di Chiara, sceglieremo una prospettiva privilegiata: l’originalità con cui ella si rapporta alla Parola

Chiara nasce in una Chiesa segnata dall’eredità della Controriforma: un lungo periodo che inizia con il Concilio di Trento, nel XVI secolo (1545-1563), e si prolunga fino al Concilio Vaticano II (1962), quattro secoli dopo.

Se il Concilio di Trento fu una reazione alla Riforma di Lutero, esso gettò anche le basi di una riforma interna alla Chiesa cattolica, della quale c’era grande bisogno. Inoltre, propose una precisa visione di Chiesa: essa doveva accompagnare l’uomo in tutte le tappe della vita attraverso i sacramenti: dal battesimo alla nascita, alla prima comunione, alla confermazione, al matrimonio ecc. fino alla morte).
Questo accompagnamento, di per sé, era una cosa molto buona; tuttavia, la sua attuazione doveva basarsi sulla figura del sacerdote, che doveva ricevere dalla Chiesa una formazione adeguata. Il sacerdote, formato nei seminari, aveva quindi il compito di insegnare il catechismo, combattere le eresie, trasmettere la dottrina cattolica e amministrare i sacramenti. In questa concezione della Chiesa emergeva quindi l’importanza della gerarchia, con la figura del sacerdote al centro. E questo porta a una conseguenza importante.

A poco a poco, col tempo, si è consolidato l’immagine della Chiesa come “società ineguale”, in cui veniva sottolineato il potere della gerarchia rispetto al popolo cristiano, chiamato soprattutto all’obbedienza e alla passività. Lo esprime chiaramente Papa Pio X nella Vehementer nos (1906) con questa affermazione:

“[…] la Chiesa per sua natura è una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i pastori e il gregge … Solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità … la moltitudine ha solo il dovere di lasciarsi condurre e di seguire i suoi pastori come docile gregge”.
(cf. https://www.vatican.va/content/pius-x/it/encyclicals/documents/hf_p-x_enc_11021906_vehementer-nos.html)

Questa impostazione ha avuto effetti anche sul modo di vivere la fede. La fede si cristallizzava soprattutto nei dogmi, nella teologia scolastica e le tradizioni ecclesiali, spesso distinte dalla Tradizione biblica.

Un aspetto importante per il nostro tema riguarda la reazione cattolica al principio della sola Scriptura di Lutero (cioè: conta solo la Scrittura, non la tradizione della Chiesa). Per questo, nella Chiesa cattolica si decise di sconsigliare la lettura personale della Bibbia. Doveva essere il sacerdote a guidarla. La risposta cattolica, in quel contesto, fu chiara: siccome la Riforma insisteva tanto sulla Scrittura, e che sembrava che, dalla sua interpretazione delle Scritture, si sia distaccata da Roma, si decise nella Chiesa cattolica di sconsigliare la lettura personale della Bibbia. Doveva essere il sacerdote a guidarla. Leggere la Bibbia da soli, senza l’aiuto di un sacerdote, poteva sembrare un gesto “protestante” e quindi pericoloso.
In pratica, nella stagione della Controriforma ciò che contava davvero era un’altra cosa: il catechismo e la morale, cioè, credere in modo ortodosso attraverso l’insegnamento del catechismo, e agire moralmente seguendo le regole della Chiesa cattolica.

L’esilio della Scrittura nella Chiesa cattolica

Fino alla Riforma, era proibito tradurre la Bibbia nelle lingue comuni. Solo dopo l’invenzione della stampa e la traduzione della bibbia in tedesco fatta da Lutero si cominciò ad avere una diffusione più ampia della Parola di Dio, soprattutto nel mondo protestante. Nella Chiesa cattolica, invece, la situazione fu diversa. Come detto prima, prevalse un certo atteggiamento di chiusura: leggere la Bibbia da soli poteva essere visto come un pericolo, una deviazione dalla fede autentica.

Per questo, per quanto riguarda l’800 e il 900 si è potuto parlare, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, di “esilio” della Parola di Dio: I credenti “da secoli non conoscevano e non praticavano più il contatto diretto con le Scritture e non avevano neppure l’occasione di valorizzare la parola di Dio nella loro vita di fede” (vedi E. Bianchi, La centralità della parola di Dio, in Il Vaticano II e la Chiesa, Brescia 1985, 159).

Trento nella Seconda Guerra Mondiale

Il costituirsi del carisma

In questo contesto nasce l’esperienza di Chiara sulla Parola di vita. Chiara e le sue compagne erano giovani donne laiche che, in modo semplice ma rivoluzionario, posero la Parola di Dio al centro del loro cammino spirituale. Si ritrovano regolarmente a leggere il Vangelo, a meditarlo, a commentarlo e, soprattutto, a viverlo nella vita di ogni giorno, anche nei rifugi durante la guerra.

Nel Vangelo incontrano Gesù, il suo insegnamento e la sua volontà: e scelgono di vivere ogni Parola, per amore di Lui.

In un suo appunto del 1986, Chiara spiega: “[…] tutto il nostro impegno consisteva nel vivere il Vangelo. La Parola di Dio entrava profondamente in noi, tanto da cambiare la nostra mentalità. La stessa cosa avveniva anche per quanti avevano un qualche contatto con noi. Questa nuova mentalità, che si andava formando, si manifestava come una vera contestazione divina al modo di pensare, di volere e di agire del mondo. E in noi provocava una rievangelizzaione”. (Citato in A.M. Baggio, La parola come prassi in Chiara Lubich, NU 31 (2009/2) 182, p. 193.)

E qui sta la grande originalità dell’esperienza di Chiara e delle sue compagne. La novità e l’originalità di questa esperienza erano il fatto che la Parola non veniva vissuta soltanto a livello personale, ma condivisa tra loro. Ciascuna raccontava alle altre come aveva cercato di mettere in pratica il versetto evangelico. Così si costruiva una comunione profonda: attraverso il fratello e la sorella, ciascuno riceveva qualcosa di Dio.

Dio si lasciava incontrare non solo nella preghiera individuale o nella vita religiosa, ma anche nel volto dell’altro, nella relazione quotidiana. Chiara scrive:

“Vivere la Parola ha rappresentato senz’altro, a suo tempo, una novità, ma è stato soprattutto il mettere in comune le esperienze fatte su di essa che ha caratterizzato il nostro movimento” (Chiara Lubich, L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 45)

Molto interessante! L’originalità della parola di vita per Chiara è lo scambio di esperienze! Si potrebbe dire che lo scopo non è solo quello di vivere la parola o che la parola viva in noi, ma arrivare allo scambio di doni: ciò che Dio mi ha dato di comprendere vivendo la parola, lo offro agli altri e viceversa. Bisogna tenere in mente quanto questa pratica di Chiara fosse nuova: rivolgersi direttamente al Vangelo per viverlo nella vita quotidiana, e farlo insieme, e comunicarsi le esperienze, e questo da parte di giovani donne: era davvero una novità nella Chiesa cattolica dell’epoca.

Il ritorno della Parola nella Chiesa cattolica

Il ritorno al Vangelo, vissuto da Chiara e dalle sue compagne, era qualcosa di davvero originale.
Non era però un’esperienza completamente isolata: si inseriva, in realtà, in quel fermento di rinnovamento che, spinto dallo Spirito Santo, stava già emergendo in varie parti della Chiesa e che avrebbe portato al Concilio Vaticano II. Per esempio, in Italia si sviluppa l’Azione Cattolica per la promozione dei laici (sempre sotto la guida del clero); in Francia si diffonde l’influenza della spiritualità di Teresa di Lisieux e si sviluppa l’ecclesiologia con autori come Chenu, Congar e de Lubac; in Germania emerge la figura di Karl Rahner e di altri. Nello stesso periodo, studiosi cattolici — soprattutto in Francia, Belgio e Germania — iniziano a studiare la Bibbia con rigore scientifico. (vedi G. Rossé, Una spiritualità ecclesiale)

E poi arriviamo a una svolta decisiva: il Concilio vaticano II. Con la costituzione Dei Verbum la Bibbia viene finalmente restituita ai fedeli e riaffermata come cuore della vita della Chiesa cattolica: (Dei Verbum, 25)

« È necessario che tutti i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. […] Si ricordino che la preghiera deve accompagnare la lettura della sacra Scrittura, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo, poiché “a lui parliamo quando preghiamo, a lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”. »

Il messaggio è chiaro: la Parola non è riservata ai teologi o al clero, ma è destinata a nutrire la vita spirituale di tutto il popolo di Dio.

Per Chiara e le sue compagne, tuttavia, la lettura della bibbia non era una protesta o una reazione contro l’istituzione: era una esigenza interiore, vissuta con semplicità. Chiara parlava di “rievangelizzazione” (vedi la citazione sopra): tornare alla fonte della Rivelazione, riscoprendo il Vangelo come centro della vita cristiana, anche nella sua dimensione comunitaria.

L’esperienza della santità per tutti

Vivere il Vangelo insieme e raccontarsi le proprie esperienze significava donare e ricevere reciprocamente la propria relazione con Dio.

Così, la relazione personale con Dio non restava chiusa nella solitudine dell’anima, ma diventava comunitaria, vissuta come Chiesa.

Un passo del Vangelo, in particolare, segnò profondamente questo cammino: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Chiara e le sue compagne scoprirono che Cristo risorto era realmente presente tra di loro, e attraverso questa consapevolezza vivevano una nuova esperienza di Chiesa: non solo istituzione, ma comunità viva, mistero di comunione.

La Parola di Dio, vissuta insieme, non rimaneva rinchiusa nei monasteri, ma entrava nelle strade, nelle case, nei luoghi di lavoro, influenzando tutta la vita quotidiana.

Questa apertura segnava una svolta: si prendeva coscienza che la santità non era riservata solo ai preti, ai monaci o ai vescovi, ma era una chiamata per tutti, nella semplicità della vita quotidiana.
Si superava così l’antica divisione tra “cristiani perfetti” (i religiosi) e “cristiani comuni” (i laici), riscoprendo che ogni battezzato è chiamato alla perfezione dell’amore, vivendo ogni gesto quotidiano alla luce del Vangelo, con le sue difficoltà, i suoi dolori ma anche le sue gioie.

“Siamo nati col Vangelo in mano”, cioè con la Parola di Dio che è, come l’ha chiamata Chiara, parola di Vita, nel duplice significato della Parola che genera la vita e che può essere vissuta. In una lettera dei primi tempi, Chiara nel suo entusiasmo di avere scoperto qualcosa scrive:

 Abbiamo capito che il mondo ha bisogno di una cura di… Evangelo perché solo la Buona Novella più ridargli quella vita che gli manca. Ecco perché noi viviamo la Parola di vita!”. (C. Lubich, Lettere di primi tempi. Alle origini di una nuova spiritualità, Città Nuova, Roma 2010, p. 185)

Un contributo di Gabi Ballweg sulla base del testo di Philippe Van den Heede; Foto: CSC audiovisivi